Marco Castellucci Artista
     
 

L'incontro con Marco Castellucci
Sergio Dalla Val

In quel magazzino nulla di vecchio, di polveroso, di stantìo. La luce del mattino di fine marzo, freddo quanto terso, rende sgargianti i colori delle copertine dei libri, accatastati a terra o ordinati sugli scaffali. Poi, nei piani superiori, sui muri degli uffici, tantissimi quadri. Una galleria di colori tenui, sfumati, eppure netti e decisi. Libri e quadri da Marco Castellucci.
Tra i libri, qui, un paesaggio che pare di sogno, senza verismo o naturalismo; lì, un nudo che si offre all'ascolto e non alla visione, esente com'è da svelamento; lì, ancora, una natura di fiori o di frutta, impossibile definirla morta. Marco Castellucci è attento e tranquillo nell'ascolto.
Guarda con curiosità. Talora, sorride, in modo fine. Puntuale il suo intervento, come se ciascuna volta si trattasse di lasciare che il colore s'instauri, assoluto, nella conversazione come nei quadri.
Pittura, da punctum, punto: puntuale il colore nei suoi acquerelli, non copre, non macchia, disegna, nella leggerezza. Sembra lasciare trasparire e, invece, inventa la rugosità e la trama della carta.
E la superficie non si appiana. Il colore insituabile sulla carta è per Castellucci la causa della pittura, ciò che lo istiga e provoca a dipingere. Ciò che lo convoca in un atto che non ha tempo né lo aspetta.
Un atto che risponde all'esigenza temporale, all'urgenza. All'occorrenza, è il fare a trovare il tempo, nei suoi ritagli, senza potere predisporlo o localizzarlo. Nulla di locale nella pittura di Marco Castellucci. Scuola di Bologna, certo, con i più importanti maestri del secolo, ma nulla di legato all'origine e ai suoi fardelli in questa pittura che risente dell'internazionalismo, che riporta, apparentemente senza saperlo, la lezione dell'Europa di questo secolo e del rinascimento, in cui tanta parte ebbero i paesaggi e i ritratti dei maestri emiliani e marchigiani.
Qui, il disegno non gareggia con il colore, non lo delimita, non è linea tra superfici ma giuntura e separazione in cui la superficie non si geometrizza, ma sta nella combinazione delle cose.
E l'estensione della pianura, delle colline, del cielo non è spaziale, procede dall'illocalizzabilità dello specchio, dall'induzione del punto di caduta in un'immagine che rilascia un'eco, non la visione.
In questi quadri, nessuna linea che trasformi il paesaggio in un territorio dominato dal timor panico e dal sentimento oceanico: nei paesaggi di Marco Castellucci non ci sono confini, ma infinito, non c'è profondità, ma emergenza delle cose in un taglio, in un tempo che già le dispone in un ritmo artificiale, intellettuale, pragmatico. Nella sicurezza, nella tranquillità, nella semplicità, ut poiesis pictura.

 
     
 
 
 
 
Network
Home page
Contatti