Del fuoco, del vento, dell'acqua La genesi di Marco Castellucci
Mariella Borraccino (estratto)
Accostarsi a un paesaggio e non accontentarsi di vederlo, anzi non vederlo affatto.
Guardarlo, invece, e quando c'è lo sguardo:"Mi prende il colore", dice Marco Castellucci. Disegnare, ricercare, commerciare, dipingere, brigare, vendere, guadagnare senza essere mai venuti al mondo,
al luogo comune: senza credere a esso, senza rispettarlo o cambiarlo, denigrarlo o migliorarlo.
Venire alla luce, invece, e quando c'è la luce: "trasformarlo costantemente" quel paesaggio come accade nella fotografia, nella scrittura della luce, dove la ricerca va intorno a un punto vuoto: la voce. Sempre lo stesso, ma sempre invisibile e intoccabile. Questo il punto: un appuntamento nella fotografia e nel quadro, l'appuntamento del colore. Tre gli aspetti del punto: specchio, sguardo, voce.
E tre quelli del colore: colore dello specchio, colore dello sguardo, colore della voce.
E ancora: tu, io, lui. "Mi prende il colore" vale non prendersi mai come soggetto, non assoggettarsi alle facoltà, all'"io posso, voglio, devo, so". "Mi prende il colore": la presa del colore e l'induzione di una tentazione senza soggettivismo, senza la modalità eroica o erotica della presa sul mondo e della sua creazione, della sua padronanza, sia nell'"io prendo" sia nell'"io abbandono".
Scienza la presa, la parola presa fra la sua logica e la sua cifra, in una rivoluzione che Armando Verdiglione chiama cifrematica. Scienza del rinascimento, dell'assenza di soggetto, scienza dell'impossessione. Perciò pittore scienziato il pittore del rinascimento.
Ecco la sua bottega: disegnare, ricercare, commerciare, dipingere, brigare, vendere, guadagnare senza rispetto del mondo e di tutte le sue visioni. Un dispositivo artificiale la bottega, dispositivo dell'artificio della parola, che s'instaura alla condizione di non prendersi per soggetti, alla condizione del colore.
Marco Castellucci nasce in questa bottega. "Fin da bambino facevo disegni": dal disegno procede l'infinito della parola, di cui il bambino è un indice. Dal disegno, l'infinito dell'esperienza.
"Da sempre, fin da bambino, le più belle cose le ho fatte a acquerello":
né passatismo, né presentificazione, nessuna riattualizzazione, nessun revivalismo.
E neppure quell'infantilismo che vuole ipotecare il futuro, e che si definisce progressismo.
"Da sempre… l'acquerello". Nessun progresso. I mezzi della parola hanno la loro condizione nella stessità: nella puntualità della parola, nel punto, nel suo colore. […]
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